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Azione Cattolica e impegno culturale
Aggiornato: 3 ore 16 min fa

La scuola e la metafora della “redazione”

Gio, 05/01/2012 - 16:51

Il compito della scuola nel tempo non cambia: mettere in grado le nuove generazioni di essere autonome, di “entrare” nel mondo condividendo il paesaggio mentale del gruppo di appartenenza ma anche dell’umanità.

Sono le modalità con cui si esplica questo compito che cambiano in continuazione. Potremo più facilmente sintetizzare l’argomento utilizzando delle metafore, che come sempre sono in grado di dire molto lasciando all’interlocutore il compito di svolgerle pienamente.

In un passato lontano la metafora predominante era quella della “bottega artigiana”. Nella bottega lo “studente” semplicemente vive e opera accanto al maestro, imparando da lui per “contatto” e sviluppando le sue competenze nel confronto immediato con il lavoro. Successivamente è divenuta predominante la figura della trasmissione universitaria: il sapere viene suddiviso in discipline, sistematizzato, presentato secondo ordine e metodo da maestro ad allievo.

Oggi abbiamo bisogno di nuove metafore; credo che una, molto interessante, sia quella della “redazione”. Che cosa è una redazione? È un ambiente dove ciascuno ha un “compito” da svolgere. Nessuno è lì semplicemente per assistere: ciascuno ha un suo proprio ruolo specifico, a ciascuno è richiesto un certo margine di inventiva e di capacità di autonomia (informarsi sui contenuti, elaborare un proprio stile, riconoscere i propri punti di forza), che deve allo stesso tempo convivere con delle regole ben precise. Si devono fare i conti con un format: quante battute scrivere, quante e quali immagini utilizzare, il pubblico cui ci si rivolge, i tempi di consegna, l’efficacia della comunicazione ecc. Nessuna cosa è più formativa e alla fine più “libera” che la capacità di esprimere la propria creatività tenendo conto dei vincoli imposti dal contesto.

Le tecnologie della comunicazione e l’attitudine immersiva delle nuove generazioni possono essere terreno fertile per sviluppare queste competenze. Ciascuna scuola, magari in collaborazione e in rete con altre scuole e altre realtà a vario titolo culturali e formative, potrebbe organizzare una “attività editoriale” a carattere multimediale: testi di vario genere, audio, video, streaming, podcast, modelli sincroni e asincroni ecc. La scuola della riforma pone molto l’accento sulla didattica di laboratorio e sulle competenze. A meno di non limitarci a ripetere parole come slogan, va presa in considerazione l’idea che la didattica laboratoriale riguarda tutte le discipline, non solo quelle che utilizzano provette o macchinari. Le competenze poi non sono una generica dichiarazione burocratica ma l’effettiva capacità di utilizzare le conoscenze in situazioni “reali”. Come fa un tema (letto solo dal proprio insegnante) a costruire delle competenze? Le competenze si costruiscono quando il prodotto è reale. È destinato cioè ad essere fruito da un gruppo più vasto di persone.

Il capitale umano rappresenta una risorsa che abbiamo sin troppo trascurato nel nostro Paese. Ne fa le spese la scuola, che presenta ritardi e diseguaglianze molto forti ma che presenta anche punte di eccellenza[1].

Siamo un Paese nel quale la mobilità sociale è molto bassa. La situazione familiare (titolo di studio, occupazione e ricchezza dei genitori) predetermina in molti casi il destino dei figli: dal rendimento scolastico alla probabilità di abbandonare gli studi e all’ingresso nel mondo del lavoro. Dovrebbe essere compito della scuola e in generale della Repubblica (come dice la Costituzione) «rimuovere gli ostacoli» al miglioramento culturale e sociale, dando davvero spazio a un’autentica concezione di libertà (non predeterminata dalle condizioni di partenza). Daniele Checchi[2] mette bene in evidenza come esistano due priorità fondamentali: combattere la povertà nell’infanzia, che genera esclusione, e incoraggiare i giovani nel periodo della formazione. O è meglio avere generazioni passive, poco acculturate, manipolabili?

Anselmo Grotti

Su questo tema, dello stesso autore, vedi:

Comun I Care, Prendersi cura al tempo della rivoluzione digitale, Ave, Roma 2011, 8 €

[1] P. Cipollone – P. Sestito, Il capitale umano, Il Mulino, Bologna 2010.

[2] D. Checchi, Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia, Il Mulino, Bologna 2010.

Categorie: Azione Cattolica

Una svolta antropologica

Sab, 19/11/2011 - 17:02
Una svolta antropologica

Anselmo Grotti

In questi giorni si presenta al Paese un nuovo governo. Non sappiamo quanto potrà durare, non sappiamo se prenderà le decisioni giuste per cominciare ad uscire dall’abisso della crisi economica, morale, politica nel quale siamo precipitati.

Ci auguriamo che sia il segno di una svolta possibile per questo Paese troppo martoriato. Una svolta antropologica prima ancora che politica. Davvero l’aria si era fatta irrespirabile, e deve essere motivo di attenta riflessione come sia stato possibile che si sia giunti a questo livello.

Adesso che vediamo volti di persone che conoscono quello di cui parlano, che sono misurate nelle espressioni, che conducono una vita normale possiamo forse percepire con maggiore nettezza il contrasto con il circo che ha dato spettacolo sino a pochi giorni fa. Un presidente del consiglio che si esprime in modo grigio, magari noioso, fa il suo dovere. Se cerchiamo la battuta di spirito, la barzelletta e l’ammiccamento è meglio rivolgersi ad altri luoghi che non il Parlamento o il Governo. Speriamo di aver chiuso con Ministri della Repubblica che usano più il dito medio del congiuntivo, più l’aggressione verbale da tecniche di persuasione che il ragionamento. Abbiamo visto delle donne vere in posti di enorme responsabilità, non delle Barbie adoranti; uomini con una credibilità internazionale, non adulatori e servidorame vario.

Quanto ci è costato l’ultimo anno di non governo propiziato dalla conversione sulla di via Damasco di un personaggio come Scilipoti? Come è stato possibile vederlo legittimato nella maggioranza del precedente presidente del consiglio? Eppure in tanti avevano segnalato ormai da molti anni l’inaffidabilità di un personaggio che ha modificato costantemente le regole, anche quelle del linguaggio e della semantica, a proprio favore. Che non ha saputo immaginare per se stesso altro che un super varietà televisivo all’ennesima potenza? Le regole formali della democrazia non sono sufficienti a vaccinare un Paese dalle ubriacatura populiste, volgari, superficiali;occorre un tessuto etico, culturale, un’attenzione al bene comune. Questo è clamorosamente mancato in Italia. C’è stata una spirale perversa tra la manipolazione mediatica e la complicità dei manipolati. Comportamenti che in Europa e in gran parte del mondo erano giudicati prima ridicoli, poi incredibili e poi insopportabili, da noi sono stati tollerati – se non (più spesso di quanto vorremmo pensare) ammirati.

Vorremmo un po’ di pulizia, di silenzio, di sobrietà. Non è una questione politica: la politica è una dimensione importante, nella quale è legittima la presenza di diverse opzioni. Ma l’ostinata difesa del proprio personale interesse ha travolto la politica, degenerandola in difesa della casta e aprendo la via a diversi tipi di esiti: dalla rivolta morale all’insofferenza qualunquista.

Abbiamo perso una guerra, abbiamo perso pezzi di sovranità nazionale. Come altre volte in passato, occorre ricostruire dalle macerie. Macerie che hanno coinvolto anche molte parti politiche. Le macerie riguardano la precedente maggioranza, che pur avendo il più alto numero di parlamentari rispetto alle opposizioni dell’intera storia repubblicana, si è impantanata in un immobilismo che ha enormemente danneggiato il Paese – pur di non perdere altri pezzi e pur di acquisire da altri partiti la peggior rappresentanza di personaggi impresentabili. Oppure ha giocato in maniera irresponsabile con la coesione nazionale, con lo spirito di appartenenza, con il senso di umanità verso le fasce deboli e gli immigrati.

Ma le macerie non risparmiano neppure la precedente opposizione. Settarismi, divisioni continue, desiderio di primeggiare, di cogliere vantaggi per la propria parte anche a prezzo di danni enormi per il bene comune, residui ideologici, hanno tolto forza ai rappresentanti migliori dei civil servant a favore di progetti personali e di strategie di corto respiro.

Anche i cattolici, in parte non indifferente, hanno troppo tollerato e troppo acconsentito. Adesso il vento è forse cambiato, l’aria si va un po’ purificando, come aveva auspicato il card. Bagnasco. Ci auguriamo che sia l’inizio di un cammino coerente, condiviso.

Categorie: Azione Cattolica

Chiesa e comunicazione

Dom, 16/10/2011 - 09:29
Si fa sempre più viva la consapevolezza del ruolo decisivo rappresentato dalla rivoluzione digitale e dalla comunicazione diffusa. La Cei (Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020) ha scritto che i media digitali sono veri e propri ambienti non solo tecnici ma anche sociali, un insieme di apparati simbolici in cui i flussi comunicativi agiscono «sul mondo vitale», così da giungere a «dare forma alla realtà stessa»[1].

Sottolineo la parola ambienti: infatti è riduttivo parlare di “mezzi” di comunicazione, anche se molti continuano a farlo (ad es. con l’espressione strumenti di comunicazione di massa). Usare invece la metafora dell’“ambiente” ci permette un approccio molto più efficace, e ci suggerisce un punto di partenza più corretto[2].

Da un punto di vista sociologico la veloce evoluzione degli “ambienti ecologici” generati dalla comunicazione pone non poche difficoltà. In pochi decenni abbiamo affrontato le trasformazioni del cinema, della radio, della tv. In pochi anni dobbiamo affrontare quelle della telefonia e di internet. Si affacciano problemi legati alla diversità generazionale, culturale, perfino antropologica. La politica, la scuola, l’economia devono fare i conti con questa nuova realtà.

E la Chiesa? Non si può negare che per molti aspetti la stessa Chiesa sia messa in difficoltà,  a più livelli: in relazione non solo all’organizzazione della comunità ecclesiale, ma anche all’espressione della fede e alla comprensibilità del suo annuncio. Le forme tradizionali di aggregazione, legate alla fisicità di un luogo e alla prossimità spaziale, sembrano non essere più comprensibili nei nuovi contesti del postmoderno e della “società liquida”. Al tempo dei “legami corti” appare difficile trovare un vocabolario e una grammatica adatti a comunicare l’esperienza di fede, a «rendere ragione della speranza che è in voi[3]».

Di fronte a rapidissimi mutamenti di scenario sembra che si debba scegliere tra lo sforzo di ricostruire il contesto precedente oppure accettare la sfida della rivoluzione digitale. La tradizione da cui proveniamo ha una nobilissima ragion d’essere, ma è molto probabile che il modo migliore per non banalizzarla sia la fedeltà creativa ad essa, non la ricostruzione di un ambiente che non c’è più.

Potremmo anche scoprire inaspettati legami tra l’antico e il nuovo, con l’antico ancora in grado di parlarci e il nuovo tutt’altro che orfano.

[1] Educare alla vita buona del Vangelo, n. 51: «La comunicazione nella cultura digitale».

[2] Molto belle le espressioni che il gesuita p. A. Spadaro svolge nel suo blog: «La Rete non è un mezzo da usare per far qualcosa, ma è un contesto abitativo, un luogo di esperienza. Formare a vivere dentro un ambiente significa apprenderne i linguaggi e i contesti specifici, non al modo dell’apprendimento di una grammatica astratta, ma nella modalità della vita concreta». (http://www.cyberteologia.it/).

[3] 1Pt 3,15.

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